Vincitori e Finalisti del Premio Europa in versi 2017 – Recensioni

Il Premio Europa in versi 2017 si è chiuso il 28 febbraio e a marzo sono stati svelati i vncitori ed i finalisti del concoro letterario, articolato in otto categorie tra poesia e prosa. Questi sono stati premiati durante il Festival Europa in versi, alla fine del reading tenutosi nella splendida Villa Gallia, dove hanno avuto la possibilità di leggere parte delle opere che hanno giovato loro il riconoscimento della giuria.

Ma vincitori e finalisti rimangono da scoprire: di chi e di quale scrittura stiamo parlando? Eccoli quindi svelati per voi!

Nei prossimi mesi li presenteremo uno ad uno: collaboratori de La Casa della Poesia di Como e membri della giuria hanno recensito le opere da loro presentate al Premio.  Che li abbiate visti durante Europa in versi e siate rimasti affascinati dai loro versi o che siano ancora soltano un nome dal suono vagamente familiare, vale la pena di scoprirli a fondo.

Maria Pia Quintavalla Renata Ameruso Giancarlo Stoccoro Giuseppe Condorelli Isabella Moretti Gili Haimovich

MARIA PIA QUINTAVALLA - vincitrice del premio Europa in versi 2017, sezione Poesia inedita

Nata a Parma e residente a Milano Maria Pia Quintavalla ha pubblicato numerosi libri di poesia, tra i quali Cantare semplice (1984), Lettere giovani (1990), Album feriale (2005), Selected poems (N.Y. 2008), I Compianti (2013). Vincitrice di numerosi premi, è stata più volte finalista al Viareggio.
Collabora con l’Università degli studi di Milano e con quella di Parma realizzando laboratori di scrittura, cura la rassegna Donne in poesia e le rubriche di diverse riviste storiche di poesia.

Maria Pia Quintavalla ©Gruppo Fotografico Camerabox
Maria Pia Quintavalla

Con le poesie della serie Mater (I-III) ha vinto la sezione Poesia inedita del premio Europa in versi 2017, grazie ad una espressione vissuta e vibrante del rapporto madre-figlia, che si incarna in una poeticità versatile, capace di alternare versi lunghi ad una espressività icastica, quasi aforismatica. Un tessuto di ampio respiro, dalle cadenze narrative, ma articolate su una tensione emotiva che si mantiene sempre altissima, in funambolico equilibrio tra racconto e lirismo, garantendo la presa diretta sulle qualità di entrambi i versanti.

Il dialogo tra l’io-madre e il tu/lei-figlia, tutto traguardato dal lato della madre, dà come dato di partenza l’inconoscibilità di base dell’altro – e sia pure un figlio- nella parabola esistenziale inevitabile di un allontanamento che si fa tanto più evidente quanto più l’età e il grado di autonomia aumentano esponenzialmente. Una figlia osservata per lo più da una prossimità “casalinga” che sembra al tempo stesso una distanza incolmabile. Talvolta quasi spiata furtivamente, col desiderio di coglierne l’autenticità e quei gesti, quei momenti identitari assoluti nei quali si riflette una personalità e che solo una madre sa riconoscere (“ma se la guardi appena, dietro al viso c'è /ancora quel sorriso e gesto pieno / della mano...”).

Difatti, altrettanto irrinunciabile è la spinta all’avvolgimento dell’altro nello slancio emotivo che attinge ad una dimensione ancestrale, archetipica, le cui profondità raggiungono le zone d’ombra e la densità profonda del sangue in un rapporto che non è un punto di arrivo, ma ancora un dato di partenza di cui l’io stesso non può che prendere atto, come di una presenza  che esula dalla volontarietà della memoria: “e sola sarai tu che là / pazienti sulle orme delle mani  cerchi / il tuo sangue quando volata via con te,.../”

Mater I (due sono una) è la presa di coscienza di quel distacco ineluttabile, di un lento scivolare via che si vorrebbe trattenere e che si osserva con intenerita consapevolezza, quando l’identità si scinde in due monadi autonome nelle quali si vorrebbero continuare a vedere sovrapposizioni, continuità che forse ci sono e forse no: “L'immagine che guarda fissa è la sua vita / non lo sai se è aperta / o chiusa al tuo orizzonte ma / decisa, scende dalla sua strada / in una sua radura...”

La memoria riflette ciò che il sé pensa di sé e vorrebbe vedere nell’altro, nutrendo così nell’incertezza una sofferenza interiore che non ha cause esterne clamorose, ma si sostanzia nella presa del potere di un’estraneità che si sente via via più forte, ma a suo modo meravigliosa. E in Mater II (nata dal riso) c’è la gioia di vedere crescere, l’amore per una vita diversa, con la quale inevitabilmente non si può condividere la stessa storia, (“Lei è più libera più umana, non conosce / guerre, né latitudini del nero / il novecento appena lo ha leccato...”) ma anche il doloroso piacere di sapere che l’altro non potrà mai capire l’ambivalenza del non riconoscersi  e della speranza incompiuta della continuità: “non sa come tenere esorcizzato quel demone / che è un'Altra donna, una che in piedi / crede specchiarsi /nelle sue gambe nude. Non capirà./” Sullo sfondo, la ciclicità di un destino d’amore che si ritorce contro se stesso. Ma è l’ordine del mondo e in fondo è giusto che sia così: “ma lo diresti / quanto sangue e voce ci è voluta per tagliare/ quel cuore intero in una luce sua, / che ti divora.... la sua nascita va verso la tua morte./"

La successione delle tre stazioni dolorose (lo stesso nome “mater” alla latina, allude vagamente alla mater dolorosa per eccellenza) si avvita tuttavia in una spirale in crescendo che raggiunge una drasticità quasi brutale in Mater III (io scrivo China per pulire), nella quale i contrasti lessicali tra negazione e dolcezza, tempo passato e tempo presente, comunicazione e mistificazione si fanno violentissimi, accentuando i moti centrifughi a partire dalla bellissima sequenza di endecasillabi e novenari con cui si apre la poesia (“ Io scrivo china per pulire / nell’inchiostro, di infermità piegate/...”) e assumere una forza quasi dantesca nella ribellione della parte centrale: “a tutti mi descrive come morta, / e dice cose su me sulla mia vita / come quelle antiche quasi / fossi un oggetto inanimato, va verso piante nude /  a dire oro e schifo, ombra e luce, / dentro sè tenta tenere strangolata / la carne dolce che l’ha generata;..” Ove l’enjambement continuo e la tensione verso l’endecasillabo formano una corrente ritmica corrusca e corrucciata, che si risolve solo nell’immagine conclusiva. Ma è la resa di una positività delegata ad altri, nella speranza che per la figlia, almeno altrove e con altri rapporti umani, ci sia una serenità conquistata: “Guardo a riva se alcuno trasporti via / da me una lei lieta, / per andare a stornare di traverso / riaffiorare vere, le vene del suo mare./”

Recensione di Andrea Tavernati

RENATA AMERUSO - vincitrice del premio Europa in versi 2017, sezione Narrativa edita

©Gruppo Fotografico Camerabox
Renata Ameruso

Gli ultimi due secoli per gli italiani sono stati secoli di grandi migrazioni in tutto il mondo. E anche Francesco Russo da un paese del sud Italia si è trasferito – povero – in Brasile con la giovane e bellissima moglie Vittoria, figlia di un importante notabile. Un Brasile ricco di possibilità, anche per un ragazzino immigrato di sedici anni, di fare i soldi. Francesco è sveglio e insieme al fratello maggiore riesce ad aprire una redditizia attività e a realizzare il suo sogno: ritornare da vincitore nel paese dove è nato.

Torna e si fa costruire il più bel palazzo della zona, “una dimora degna delle classi altolocate di Napoli”. E può sostituire la vecchia coppola con la quale era partito con un sontuoso cilindro, simbolo della ricchezza e del prestigio conquistati. Ha un unico dispiacere Francesco, o don Francesco come lo chiamano ora: solo figlie femmine. E “l’illusoria speranza di Vittoria, divenuta per lei quasi una certezza, d’aver concepito un maschio, finì miseramente delusa all’inizio del luglio 1902 quando nacque Angelina, la quarta figlia femmina”.

Questi sono i protagonisti e l’ambiente del romanzo “Il mercante” di Renata Ameruso, vincitrice del Premio Europa in versi 2017 nella sezione narrativa edita. Un romanzo che potrebbe essere definito anche storico, perché tratteggia, con sapiente intelligenza e una scrittura vivace, l’Italia di quegli anni. Un affresco su un mondo che abbiamo conosciuto attraverso i libri ma che troppo spesso sfugge alla nostra comprensione.

In quel palazzo e attorno a quel palazzo le storie dei personaggi si snodano come in un puzzle: il suocero assai poco amato di don Francesco (è stato lui a incendiargli il podere?), la vecchia serva Crezia, la donna che ha vissuto da sempre nella casa dei suoi genitori, l’unica che gli dà del tu e che, con il suo carattere spigoloso e deciso, nasconde un segreto che non vuole svelare neppure a lui. La sorella di don Francesco, Rosina, assente dal paese da molti anni, che ritorna per la sua felicità. A far da sfondo l’incombenza della prima guerra mondiale, che non permetterà a nessuno di restare uguale a se stesso.

Renata Ameruso, che vive a Roma dove ha insegnato a lungo storia e filosofia, ha la capacità di raccontare i personaggi nel loro intimo, fino all’insoddisfazione di don Francesco verso i suoi concittadini che non gli riconoscono gli onori che gli spettano: da ricco non è più riuscito a rintegrarsi nel suo vecchio ambiente. Don Francesco si sente un vincente fino nell’anima e quando – finalmente! – arriva il tanto desiderato figlio maschio si sente appagato.

Eppure don Francesco – non sveliamo la trama del romanzo – alla fine rivorrà la sua coppola, in fondo da quel suo paese fatto di regole non scritte, non si è mai allontanato. E lo capisce anche Vittoria, il marito è rimasto sempre lo stesso.

Recensione di Elisabetta Broli

GIANCARLO STOCCORO - finalista del premio Europa in versi 2017, sezione Poesia edita

©Gruppo Fotografico Camerabox
Giancarlo Stoccoro

“Consulente del buio” – L'Erudita Ed. 2017, di Giancarlo Stoccoro è una lunga meditazione sul senso dell'apparire e del ritrarsi della poesia stessa. Luce e buio illuminano e nascondono lo spettacolo che, giorno dopo giorno, si apre al nostro sguardo. Ma le “cose” non sono così immediate e regolari, perché la quotidiana apparenza è anche “Un'ombra / che tiene bene al riparo / la sua luce”. Il vedere può accecare e il buio è anche protezione. Un libro di abbagli e figure che sorgono come miraggi. Cosa resta in tutto questo continuo inabissarsi e sorgere? La parola, unica, che tenta di conoscere: "Preziosa è la parola / che accoglie l'interrogazione / mentre tu vivi nel caos / di un silenzio perfetto." Poesia che accarezza la superficie dei giorni fatti di nuvole e nebbie, di fiumi e piogge, di mare, pietre, stalattiti e sguardi; poesia che, con tocco leggero, cerca identità consapevole che: “Le parole si nascondono dentro ai nomi / delle cose e a volte non escono più...”.

Recensione di Wolfango Testoni

GIUSEPPE CONDORELLI - finalista del premio Europa in versi 2017, sezione Poesia dialettale

©Gruppo Fotografico Camerabox
Giuseppe Condorelli

Il padre, la madre, la terra aspra e la voglia di conservare tutto. Una lingua che si abbarbica e si annoda, dura e lirica. La Sicilia di Giuseppe Condorelli è una felice e drammatica teoria di oggetti e amabili resti, dove i morti “... mi taliunu/ di sgallengiu/ 'i sentu ammummuriarsi / ammenzu i petri / e mi parrunu /...” I morti parlano, le pietre scottano e l'odore di anice solletica i muri. L'anice, una pianta, un profumo particolare che rende la totalità complessa e a volte arcaica di un'intera terra. Poi, la luce. Tutto brilla ma non rallegra. “N'zuppilu n'zuppilu- wet through” - Le Farfalle Ed. 2016 - è un viaggio faticoso e vero dove i sentimenti possiedono lo stesso peso delle “cose” amate quasi fossero, essi stessi, cose da toccare. Il tempo si consuma in silenzio, un silenzio che solo la poesia può misurare con il senso che da sempre l'anima: “Ni scuaggua a junnata /senza na parola /...”. La poesia di Giuseppe Condorelli è un continuo aprirsi e chiudersi tra veloci apparizioni e faticose realtà, tra feticci di vestiti e corpi.  I morti hanno lo splendore buio della terra che concimano con il loro ripetuto ritorno ma, come fa capire il poeta, l'uomo è anche durezza amabile e presente che si incontra nel silenzio perché: “A tunnari a essiri petra / non ci voli nenti. / Do scuru to tempu / non si fa mai jornu.”

Recensione di Wolfango Testoni

ISABELLA MORETTI - finalista del premio Europa in versi 2017, sezione Poesia inedita

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Isabella Moretti

Poetessa pisana di nascita, già autrice delle sillogi: Affioramenti (1995) e Ritmo lento (1998), nei tre testi presentati al Premio internazionale Europa in versi 2017: Per come mi tocchi, Codice genetico e La finitezza, strascico sdrucito si prende cura con ostinatezza e precisione del transeunte, utilizzando la parola poetica come mezzo (infallibile?) per inchiodarlo ad un supporto, per quanto possibile. La poesia come ipotesi di persistenza, la parola come testimonianza di uno stato dell’essere, o delle cose, nel momento stesso in cui si esperisce, o nella dinamica del ricordo, poiché l’atto di ricordare è a sua volta un atto creativo, e quindi fondante del reale, così come viene e verrà percepito.

Nessuna differenza, da questo punto di vista, tra storia individuale ed oggettività, se non per uno slittamento di piani che allargano dal rapporto io/tu ad un noi che diventa condizione universale, in particolare in La finitezza...

I tre testi presentati vengono così a costituire un percorso ideale e progressivo con un ritmo ancora lento e meditativo, versi brevi e spezzati in Per come mi tocchi, per poi assumere un’urgenza di dire via via più incalzante nei componimenti successivi, percorsi da immagini sempre più icastiche e allucinate: ...L’eco di frasi disarticolate / come un diluvio al mercurio...sparisco se mi frughi, / dietro le serrature di questa stanza / disadorna / nell’esigenza di un raccontarsi e raccontare venato da una sotterranea ansietà, quella della perdita dell’ultima, o forse unica, occasione per poter esprimere qualcosa che non ha altre ancore di salvezza se non nella parola. Cosa di cui la voce parlante ha altissima coscienza, pur badando bene di occultare la propria passionalità in una scrittura sempre misurata e accuratamente limata in ogni singolo componente, e utilizzando volutamente un linguaggio piano e subito comprensibile, ma ricco di improvvise accensioni: ...nelle pliche del mio corpo rugginoso... sono fiera / come una rosa canina...

In Per come mi tocchi è la persistenza del rapporto tra io e tu in un rapporto amoroso sommesso e sorvegliato di sottecchi a diventare protagonista di un’indagine su differenti azioni e condizioni nelle prime due strofe (se...). Percezioni fisiche e assenze (Capisco se prendi casa / nel vuoto...) che nelle strofe successive diventano assertività della volontà di conservare, anche a dispetto dei limiti di entrambi: Metto un residuo di elasticità / nell’intendere il tuo sogno, /che non dici. / Lo avvolgo, ti avvolgo / solo di polpastrelli smemorati.

Codice genetico sposta decisamente l’attenzione sul piano del ricordo. Un ricordo personale e sofferto, con una figura genitoriale non più presente, ma con la quale si intende ribadire orgogliosamente la contiguità, la trasmissione di un codice genetico appunto, al di là della stessa distinzione sessuale (sono il tuo figlio maschio /e sono fiera.../ di assomigliarti / fin dentro il midollo.) e a prescindere dall’andirivieni veritiero o ingannevole dei ricordi: a ritmo diseguale / procedo o torno indietro / nel passato...

Ma è con La finitezza...che la poesia di Isabella Moretti si fa universale e si affaccia sul mistero ontologico dello “strascico sdrucito” che pende dal fianco delle cose vive (...) storce ortogonali (...). Un destino di entropia, non più legato a ineluttabili cause sovrannaturali, ma non meno incomprensibile e inaccettabile, che non possiamo che registrare come gli occhi di una gatta (...) mentre vorremmo / tra palpebre socchiuse/ stringere il senso di una negoziazione. E invece l’unica cosa che ci resta è il senso di una compassione nel riconoscere questo destino comune, che “ci allaga”: Piove / sotto la volta del cervello./ E non abbiamo ombrello.

 Mentre vorremmo perlomeno poter capire qualcosa di basico ed essenziale, come “la poesia di un sasso”. Forse l’aspirazione ultima del discorso poetico, cogliere quegli affioramenti che ci possono essere anche in un mistero impenetrabile come quello di un sasso, indagare la materia più intima dell’essere che pure parla, alla ricerca di un perché.

Recensione di Andrea Tavernati

GILI HAIMOVICH - finalista del premio Europa in versi 2017, sezione Poesia inedita

Gili Haimovich è poeta e traduttrice bilingue anglo-ebraica, ha pubblicato sei libri di poesia in ebraico e una selezione di poesie scritte originariamente in inglese: Living on a Blank Page. La sua poesia è stata pubblicata in numerose riviste e antologie israeliane ed internazionali e tradotta in francese, cinese, bengalese e rumeno. Nel 2016 ha vinto il 3° premio per il concorso internazionale di poesia del Proverse Press. Lavora anche come docente di scrittura creativa ed è terapeuta in arti interdisciplinari focalizzate sulla scrittura.

Gili Haimovich©Gruppo fotografico Camerabox
Gili Haimovich

Nelle tre poesie con le quali Gili Haimovich ha partecipato al premio Europa in versi prevale una sorprendente attitudine a definire la realtà per arte di levare, non tanto mirando all’essenzialità linguistica, quanto allo smontaggio dei contenuti del rapporto io-tu, io-mondo attraverso una capacità di osservazione implacabile di quanto di mitizzato e di sognato si sovrappone continuamente ai dati di fatto di un’esistenza consumata in una quotidianità disincantata e disillusa.

Poesia eminentemente urbana e laica, quella di Gili Haimovich esula da qualsiasi tentazione di appoggio alla grande tradizione della letteratura ebraica per approdare ad una voce radicalmente contemporanea ed illuminista, che non si sottrae alle lusinghe della propria stessa intelligenza speculativa, spargendo sulle piccole gioie e sui piccoli sogni della gente comune e del proprio stesso attraversamento del mondo la polvere magica di una sottile ironia. Ciò è possibile grazie ad un certo distanziamento, per cui l’occhio e il pensiero del poeta rimangono sempre un po’ indietro (“Oggi anche gli autobus mi mostrano il sedere”) o al di fuori (“le ali della libellula che fui erano di vetro”) delle situazioni descritte.

Che sono prese di coscienza di stati di impossibilità, dove la relazione fra l’io e il tu s’impone per equivoci analogici (“a forza di guidare il volto del motociclista in sorpasso /diventa il tuo”) o in forza di un paradossale estremismo negatorio in cui “ci aggrappiamo alla sola barriera che ci resta / il velo di foschia suburbana /che non abbiamo mai scelto di dissipare”. Per contro il panorama delle “vite prosaiche” è costantemente disseminato da concretissimi punti fermi: “Indosso pantaloni sicuramente neri”, “le solite carne e ossa”, “bello vederti annidato in un maglione screziato”.

Ma gli oggetti fanno da contrappunto ad un idillio sfocato, in cui c’è sempre una sfasatura in un’opportunità (un desiderio?) che non si concretizza, come nella poesia Oggi anche gli autobus mi mostrano il sedere, nella quale l’evocazione dell’altro rimane in una nebulosa teorica, un’ipotesi di improvvisazione che non dà certezze.

In La libellula, invece, la metafora della presa della coscienza del sé sovverte il luogo comune della delicatezza femminile  facendo volar via la maschera che si frappone al noi, ma anche rende possibile l’unione dei due componenti.

Mentre Bello incontrarti in periferia è un inno sarcastico e doloroso insieme allo sventramento dei rapporti senza ragion d’essere e senza veri contenuti, in cui la miseria dell’assenza di eroici furori si rispecchia in una periferia anonima e desolata, una periferia anche di se stessi.

E tuttavia tutte e tre le poesie di Gili Haimovich si concludono con parole che circoscrivono una pur minima certezza o indicano almeno una direzione di ricerca. In fondo alla svagata guida di Oggi anche gli autobus...il poeta “sa dove siamo, anche se solo per istinto”. La libellula si conclude con l’orgogliosa immagine dell’ “energia che appartiene a una donna”, e Bello incontrarti... pur negandola, lascia intravvedere la possibilità di “tirar fuori / una  specie di / nucleo.”

Che forse tanta radicale forza negatoria nasconda l’invito a togliere tutti gli orpelli, a eliminare tutte le sovrastrutture delle convenzioni civili, delle abitudini e delle vecchie tradizioni per riscoprire, proprio attraverso la forza della poesia, l’essenza del vero? È forse l’invito di questi testi, apparentemente modulati come riflessioni rubate a un pensiero ondivago, frammenti di un discorso ininterrotto fra sé e sé e in realtà composti in modo rigoroso e controllatissimo, senza una parola in meno o in più del necessario.

Recensione di Andrea Tavernati