Intervista a Rubén Darío Lotero

Qual è la situazione della poesia nel suo Paese?

Il mio Paese è diviso in cinque diverse regioni geografiche e ciascuna di esse a sua volta al suo interno ha vari gruppi di popolazioni. Nel mio Paese convivono bianchi, neri, indios, ma per la maggior parte siamo meticci. Ciò che ci accomuna è la lingua castigliana, ereditata dagli spagnoli di lingua castigliana. Ma le espressioni poetiche, artistiche e culturali hanno avuto differente sviluppo più regionale e isolato le une dalle altre. Ora, ogni volta si pubblicano meno poesie sui mezzi di pubblicazione di massa. Pochi acquistano libri di poesie. Nelle scuole, nei collegi, nelle università non si nominano più i poeti né si citano. La diffusione della poesia avviene grazie a piccoli gruppi. In laboratori letterari che si tengono nelle biblioteche che pochi frequentano, o nelle case di cultura in città o nei villaggi. Certo esistono eventi che attraggono un pubblico vario, come i festival di poesia che si organizzano nelle grandi città, dove si invitano poeti locali e stranieri, che attirano vari tipi di pubblico. Ma una volta concluso lo spettacolo, si dimenticano subito le poesie. Chi scrive poesia nelle città, nei campi, nelle foreste del mio Paese? Forse molti giovani, forse pochi, ma non valicano i confini del loro territorio o raggiungono i loro amici sui social network. Si scrive e si legge velocemente e si dimentica. La poesia, così come viene scritta e letta da coloro che appartengono alla mia generazione, sembra cosa del passato.

Pensa che la poesia sia uno strumento per avvicinare culture e religioni diverse?

Credo che l’espressione artistica in generale e la poesia in particolare, se ben tradotta, avvicini gli uomini, nonostante le lingue diverse, se esprimono con chiarezza e verità i sentimenti e le esperienze dell’essere umano.

Il linguaggio oggi si è impoverito: la poesia può ridare valore alla parola?

Certamente. È la sua missione, il suo significato più profondo. Fare in modo che la parola continui a condurre lo spirito di un gruppo sociale. Che la parola crei la realtà e il mondo. Che la parola “nomini”, battezzi, come fosse la prima volta.

La poesia nel mondo dei giovani: quale futuro?

Bene, voglio rispondere alla tua domanda con un testo che ho scritto alcuni anni fa:
Problemi dei giovani
…poeta è chi vede la vita con gli occhi dell’infanzia.
O a volte con quelli dell’adolescenza.
José Manuel Aragno

Più di quarant’anni fa, nel ’74, quando avevo appena iniziato i miei studi di letteratura, con un gruppo di amici che si conoscevano sin dai tempi del liceo,eravamo soliti camminare durante il fine settimana sulle colline e montagne che circondavano la valle dove sorge la città di Medellin.
Vaghi desideri ci spingevano a farlo: quello di uscire dai confini, la lettura a casa; quello di poter accompagnare un amico che non vedevamo da giorni; quello di raggiungere camminando la cima per vedere la città dall’alto. O il desiderio di qualche avventura per intravedere i paesaggi dall’altro lato del muro.

Questa è una città murata
tra le montagne; uno guarda attorno,
alzando la testa e vede solo

la linea azzurra dei monti,
le loro cime lontane: è il bordo di un bicchiere
rotto
e nel fondo del bicchiere sta la città
chiusa, dura
il mare è lontano. [1]

Una domenica decidemmo di scalare la montagna, che nel secolo scorso chiamavano giustamente Sabanalarga, e che oggi sappiamo che da lì passa la strada che porta al villaggio di San Pedro, a occidente.
Dalle nostre case, nella valle vicina, raggiungemmo il borgo di Robledo e da lì salimmo, lungo le rotaie attraverso residenze estive fino a Pajarito. Girammo a destra per passare dietro la montagna del Pichaco. Attraversammo vaste praterie e piccole e recinzioni fino a un bosco di alberi che crescono nelle zone fredde
Dietro era rimasto il rumore della città:[2]:
C’è un luogo sulla montagna- vicino ad un avvallamento- dove il fragore della città si ode con una nitidezza allucinata. Forse le pareti rocciose lo avvolgono con un effetto a chiocciola per poi restituirlo accresciuto
Rimbomba come un tuono, come molti zoccoli che trottano, un disordinato branco di bestie .

Ci sedemmo sotto un albero a riposare. Poi uno ha prese dalla sua borsa un libretto quadrato nel quale c’erano delle sfere incollate e aprendolo, lesse con delle pause, coeme chi gusta un frutto : [3]

se a metà notte
ci sveglia l’odore di un incendio
e apriamo la finestra e tra gli alberi
che fanno ombra fitta c’è solo il profumo
della frutta che matura
cha altro se non la gioaia dolorosa
di aver visitato una volta
i rossi cherubini di fuoco.

Ora, per la magia delle parole, abitava nella notte una casa profumata.
Già i libri, specialmente quelli di poesia, erano i nostri compagni di viaggio. Il mio amico scorse alcune pagine e come chi cammina guardando chi gli sta attorno, pronunciò parola per parola:

ragazze che viaggiano addormentate
sui treni notturni
una città divisa da un fiume
e il paese del tuo viso
immagini fedeli alla terra

[1]Arango, José Manuel, Poemas, 3ª. Edición, , Ediciones Autores Antioqueños, Secretaría de Educación y Cultura de Antioquia, volumen N° 62, Medellín, 1991, pág.
[2] Poema tomado de Este lugar de la noche, Colcultura, Bogotá, 1984, pág. 16.
[3] Ibídem, pág 21

Torniamo di novo in città, ma per lasciarla di notte su un treno. La nostra guida chiuse il libro. Io lessi sulla parte incollata: Questo luogo della notte. Manuel Aragno. Seppi più tardi che era la sua prima opera e che a 36 anni l’aveva pubblicata a sue spese “ per vedere i versi stampati”. Il mio amico guardò il libro nella borsa. Noi ci alzammo in silenzio, pensierosi e attraversammo la foresta ombrosa. Usciti alla luce trovammo una inaspettata immagine da sogno: tra dolci colline e filari di eucalipti e pini si apriva una piccola valle di pascoli verdi. Qualcuno esclamò meravigliato: “La Piana delle Pecore!”
Sembra un paradosso, ma vedo una maggiore somiglianza con i giovani di oggi con questa esperienza della mia giovinezza che con i contemporanei di quarant’anni fa.
Vogliono tornare alla semplicità, all’essenziale, all’umano, è un sentimento estetico poetico.

La poesia sui social network: qualità o spazzatura?

Non so. Preferisco leggere poesie su un libro stampato che su una pagina web. La carta ha ancora una magia speciale per me. Leggo poco sui blog, ma sono contento quando un amico mi manda una poesia che mi piace, o varie, di un poeta sconosciuto o che conosco. Lo sento come un regalo, una scoperta. Ma è più facile perdersi nel fiume di immagini o di parole che ogni giorno ricevo su Facebook e Whatsapp.

il poeta Ruben Dario Lotero