Intervista a Cinzia Demi

Qual è la situazione della poesia nel suo Paese?

Non direi che esiste una “situazione” della poesia italiana ma piuttosto tante “situazioni”, tante piccole o medie realtà (poche davvero grandi, a mio avviso) che - come spesso avviene nel nostro Paese, anche in altri campi - anziché coordinarsi e fare fronte comune, per costruire un unico importante centro di raccordo per la conoscenza e la diffusione della poesia, spesso neanche si conoscono tra di loro o, peggio ancora, si osteggiano, si mettono in competizione. Tali realtà, a volte, si riducono - anche all’interno della stessa città - a tenere comportamenti che rasentano i conflitti bellici, o quantomeno civili, alla stregua delle famose lotte intestine alla città di Firenze, tra Guelfi e Ghibellini. Questo avverto spesso e su questo, girando anche molto l’Italia per incontri poetico-letterari e organizzandone io stessa, mi trovo a riflettere con poeti di varia levatura che avvertono, come me, l’annoso problema.
Eppure, se parliamo di “situazione” qualitativa della poesia nel nostro Paese, non possiamo che esserne fieri. La poesia - a discapito dei suoi detrattori - non è affatto morta ma, al contrario, è viva e vegeta e raccoglie nelle sue fila tutta una serie di poeti che la frequentano con buoni, e spesso ottimi, risultati. Dal mio punto di osservazione, che è quello - come dicevo - anche di organizzatrice di eventi intorno alla poesia, dal momento che ritengo che, oggi, possa certamente convivere l’attività di poeta con quella di promotore culturale, mi confronto infatti sia con tantissimi autori, anche di varie discipline artistiche, sia con una varietà non comune di pubblico. La poesia del resto - ritengo sia cosa nota - senza un’adeguata promozione, una proposta anche in forme di lettura abbinata alle altre arti, come la pittura, la danza, la musica, non va molto lontano, fatta eccezione per quei pochi nomi che ormai sono ritenuti i nuovi maestri (pochi a dire il vero) e che, tra l’altro, tendono a trovare anch’essi nuove modalità di rapportarsi con il pubblico. Nel mio caso, dunque, trovo che la promozione della poesia attraverso gli eventi (penso alle serate organizzate con letture e musica, ma anche al ciclo di incontri “Un The con la poesia” realizzato presso il Grand Hotel Majestic di Bologna, e che arrivato ormai al quarto anno di attività, gode di ottima salute) mi abbia dato la possibilità sia di conoscere tanti autori della poesia contemporanea - creando una rete di esperienze e contatti - sia di conoscere attraverso lo studio delle loro opere (per le recensioni che curo presso la mia rubrica “Missione poesia” per il sito culturale italo-francese Altritaliani) buona parte di quello che viene prodotto in Italia in questo momento - e c’è tanta buona poesia - approfondendo la dimensione umana, poetica, stilistica, culturale di ogni autore e quindi arricchendo il mio stesso bagaglio in questi ambiti.

Pensa che la poesia sia uno strumento per avvicinare culture e religioni diverse?

La poesia è, da sempre, un mezzo comunicativo che fa parte dell’uomo e della sua stessa capacità immaginifica, onirica e spirituale se pure, per essere davvero sentita e compresa da tutti, ha bisogno del contatto con la realtà, ha bisogno di avvicinarsi alla concretezza delle cose e di rendere, attraverso i suoi strumenti retorici quali le immagini, i simbolismi, le allegorie e via dicendo, visibili e vere le corde e i sentimenti che va a indagare, che vuole proporre.
D’Annunzio diceva che il poeta deve essere testimone e profeta del suo tempo. E certo, nel nostro tempo - anche se sembra incredibile a dirsi - sussistono retaggi di lotte culturali e religiose che rimandano davvero a tempi lontanissimi ma che, tuttavia, è necessario affrontare con le dovute cautele del caso, senza sottovalutare nel modo più assoluto gli avvenimenti tragici a cui assistiamo, ormai, molto frequentemente. Al tempo stesso, sembra altrettanto incredibile, pensare a sovrani illuminati, il cui ricordo si perde nella notte dei tempi (uno per tutti, mi viene in mente, Federico II di Svevia, lo stupor mundi di antica memoria), capaci di aggregare intorno alle proprie Corti artisti di ogni genere e nazionalità, di ogni cultura e religione, per il solo scopo di produrre bellezza, di creare attraverso l’armonia del suono, della parola, dell’immagine una sorta di Universo da condividere, e nel quale ritrovarsi immersi nella ricchezza della diversità.
Cosa può fare il poeta, oggi? Ripensando alle parole di D’Annunzio certo, testimoniare attraverso una poetica di denuncia, di confronto, ma anche di rivisitazione delle proprie tradizioni, radici culturali e religiose, portare alla luce ciò che non può e non deve essere dimenticato, ovvero chi siamo, senza tuttavia calpestare o negare altre culture esistenti, sarebbe auspicabile. La forza di questa modalità espressiva dovrebbe, per produrre risultati, non essere unilaterale, ma essere frequentata dalle varie parti in causa. E questo mi sembra più difficile da ottenere, ma non impossibile. Molti poeti - molti artisti in generale - si sono rivelati anche profeti nel corso del tempo e questo perché, naturalmente, chi ha una maggiore sensibilità nel vedere le cose, non può non avere anche “una visione” che travalica la realtà soggettiva, che va oltre la dimensione temporale del momento, e porta a gettare lo sguardo oltre il famoso “colle leopardiano” per indagare l’infinito e ciò che da esso può nascere.
Per completare il ragionamento sulle possibilità comunicative della poesia è necessario pensare anche al pubblico che la frequenta, attraverso un’indagine che parte dall’esperienza maturata nel corso degli anni.
Il pubblico della poesia è eterogeneo e varia a seconda delle occasioni e dei contesti dove la si porta. Gli incontri dove è prevista una prenotazione, una dimensione salottiera, sono certamente più frequentati da persone più mature, più inclini all’ascolto perché ciò che viene proposto è servito in una situazione di maggiore confort. Le aule delle scuole sono la fucina delle idee giovanili, delle contestazioni ma anche degli innamoramenti - se il poeta riesce ad essere innamorato lui stesso della poesia -. Le piazze, dove ti trovi ad affrontare 300 -400 persone - e a me devo dire è capitato - ti donano la magia della condivisione e del coinvolgimento maggiore, se riesci a stabilire col pubblico una connessione mentale talmente forte da capire che tutti sentono all’unisono, e che te ne andrai da lì molto più ricco, così come loro. Spesso ho davvero sentito la magia di questa consonanza con il pubblico, l’ho sentita talmente forte da impressionarmi, da farmi pensare a un’intermediazione non umana, da farmi riflettere sull’importanza del rapporto che si crea tra l’autore e il lettore, in quella fase dell’immedesimazione letteraria dove i due protagonisti si fondono in un tutt’uno con il testo. E’ quasi un’esperienza mistica, forte, difficile da dimenticare. Non so se è così per tutti gli autori. A me succede. E, certo, se si riuscisse a creare questo clima di condivisione, con testi forti, che arrivino al cuore di tutti, capaci di affrontare le tematiche sopra accennate, non è da escludere che il compito della poesia, perché la poesia non è cosa vana ma ha un suo ruolo nel mondo, potrebbe dirsi, in quelle occasioni, compiuto.

Il linguaggio oggi si è impoverito: la poesia può ridare valore alla parola?

Non direi che l’uso del linguaggio si sia impoverito nel suo complesso. Forse di più nella modalità parlata e colpa ne hanno, principalmente, le tipologie di comunicazione tecnologiche che, attraverso la brevità e l’immediatezza che intendono professare, hanno creato tecniche riduttive e/o sincopate di messaggistica. Inevitabilmente questo, specie nei giovani che ne sono i massimi fruitori, si riflette anche sulle espressioni verbali creando un gergo quasi da esclamazioni fumettistiche. Nella modalità scritta e letteraria - se pure certo non possiamo pensare di ritrovare la ricchezza linguistica che fu di un Manzoni, o di alcuni dei nostri grandi narratori e poeti della prima metà del ‘900 - trovo tuttavia che si tenda, non solo a mantenere uno stile elevato - non parlo naturalmente dei best seller di immediata visibilità, quanto di poca concreta durata - ma che addirittura, ragionando proprio su molta della nostra poesia, si tenti continuamente di amalgamare la lingua nota e comune a molte dimensioni peculiari di linguaggi, andando a indagare nuovi campi semantici, nuove possibilità di lemmi e riferimenti, fino all’uso di tecnicismi metaforici, simbolismi con correlativi oggettivi che approdano al quotidiano e così via, con risultati sorprendenti che denotano una tenuta e un rinnovamento della lingua stessa.
Del resto, l’uso che un poeta fa della lingua contraddistingue la sua capacità di apportare un valore aggiunto al linguaggio stesso utilizzato dalla comunità che lo contiene. Questo hanno fatto molti grandi poeti, tra i quali non posso non citare quello che ritengo sopra tutti, a parte il sommo Dante, il mio maestro, Giorgio Caproni. Tanto per fare un esempio che mi riguarda da vicino, così come dice G. Lauretano nella prefazione al mio libro Incontri e Incantamenti, ecco che anche la lingua della mia poesia risente dell’ascolto di questo grande poeta e del suo percorso di ricerca linguistica “che sembra essere stato sempre più centrale e decisivo nelle vicende della poesia italiana del Novecento”, ricerca che egli compiva in quanto avvertiva “l’inadeguatezza della tradizione, diciamo per semplificare petrarchesca” che, se è stata risolta da una parte “con lo sperimentalismo delle (neo) avanguardie, dall’altra (lo è stata) con una ricerca più intima, profonda, fatta di scarti apparentemente minori, il cui risultato è però assai più incisivo nella direzione di una modernizzazione dell’italiano poetico. Esemplarità di Caproni, appunto.” In questo libro (ma non solo in questo), in effetti, oltre ad altri elementi, condivido con il maestro l’uso di una lingua che ricerca complicità con il lettore.
Interessante, da un punto di vista della verifica della lingua usata dai poeti contemporanei in Italia e per lo studio, rivolto in particolar modo agli studenti universitari, delle nuove modalità comunicative della poesia, la nascita dell’Atlante della poesia contemporanea online, Ossigeno nascente, curato per l’Alma Mater Studiorum, Università di Bologna da Giancarlo Pontiggia, Alberto Bertoni, Marco Marangoni e Gian Mario Anselmi.

La poesia nel mondo dei giovani: quale futuro?

Trovo che nel panorama poetico contemporaneo in Italia, vi siano molti giovani promettenti sia a livello di interesse che di impegno per la scrittura poetica. La poesia, come dicevo anche sopra, non è affatto morta e attecchisce anche in molti ambienti giovanili dove viene letta, studiata, commentata, praticata. Secondo me non sono neanche dei casi tanto isolati, da quello che percepisco. Certo, molto dipende dalla capacità, di nuclei familiari e organismi scolastici, di seminare tra le giovani generazioni il seme della poesia stessa; di far comprendere il valore che racchiude nella nostra tradizione, non solo letteraria ma anche culturale, la lingua poetica con le sue sfumature ondeggianti tra il significato e il significante; di stimolare la curiosità alla conoscenza dei grandi autori; di instillare la voglia di indagare dentro se stessi per comprendersi meglio e arrivare di seguito a comprendere meglio gli altri, proprio attraverso la pratica della poesia, così come insegna il maestro a cui accennavo prima, Caproni, quando dice: “la poesia è una ricerca di se stessi per arrivare a capire cosa sono gli altri, il poeta è come un minatore che dalla superficie, ossia dalla autobiografia, scava, scava finché trova in fondo un proprio io che è comune a tutti gli uomini, insomma scopre gli altri in se stesso…” .
Pensando quindi a un possibile “futuro” della poesia tra i giovani, o per i giovani, non possiamo non riflettere sul fatto che il futuro non è un tempo a se stante, ma viaggia a braccetto con il passato e con il presente e che per la poesia, come per ogni altra questione, vale la dimensione di poter raccogliere quanto si è saputo seminare.
La cosa che forse può scoraggiare dall’apprezzamento immediato dell’arte poetica, un giovane, abituato oggi all’immediatezza del rapportarsi con strumenti comunicativi altamente tecnologici, sia d’immagine che di linguaggio, sta nel fatto che un percorso poetico (che alla fine diventa artistico-culturale) non si crea dal nulla ma che, oltre alla lezione di Caproni sopra riportata, questo presume e prevede un lungo lavorio interiore, che parte da riflessioni, da lunghe assimilazioni, interiorizzazioni che portano al compimento di un’opera poetica e/o della comprensione di essa. Perché di questo si tratta. Del resto, leggendo le biografie, ascoltando le confessioni dei grandi autori, poeti con cui conviene confrontarsi - penso oltre al già più volte citato Caproni, anche a Ungaretti, Emily Dickinson, Sibilla Aleramo, Montale, Saba… e ai poeti del primo 900 come Pascoli, D’Annunzio, Palazzeschi, per non scordare il padre di tutti, il nostro Dante - non possiamo che ritrovare questi percorsi lunghi e laboriosi, che possono durare anche dei mesi prima di concretizzarsi in parole di senso buttate sulla carta perché, se il primo verso di un componimento può anche essere dato, il resto è frutto di lavoro, disciplina, esperienza, ricerca, anche se certe volte tutto può sembrare fluire in modo spontaneo. Poesia insomma come alleanza tra qualità, ispirazione, disciplina a lingua… Percorsi lunghi e complessi ai quali è difficile abituarsi, come detto, nella società fluida dell’immediatezza se pure, ripeto, fortunatamente, mi imbatto spesso in giovani autori e/o giovani lettori interessati e partecipi al dialogo poetico contemporaneo.

La poesia sui social network: qualità o spazzatura?

Alzi la mano chi di noi, poeti affermati o meno, non ha mai scritto (o non ha mai gioito di veder scritta) una propria poesia su facebook, linkedin, twitter e via discorrendo, sui vai social network che ormai fanno parte, inevitabilmente, del nostro modo di comunicare quotidiano… Personalmente mi ritengo abbastanza neutrale nel considerare un valore o meno l’uso di questi mezzi per la divulgazione della poesia, rilevandone i pro e i contro. Mi spiego. Come ogni forma di comunicazione anche i social hanno i loro lati positivi: raggiungono in contemporanea decine, centinaia, migliaia di persone; quanto scritto è reso immediatamente visibile e specie se abbinato ad un’immagine - che si spera attinente al testo, altrimenti distoglie l’attenzione su se stessa - arriva a produrre il suo scopo, che dovrebbe essere quello di far conoscere e apprezzare il contenuto; restano nel tempo e sono rileggibili (almeno per adesso) nonché ritrovabili e usufruibili in ogni momento, attraverso la ricerca con qualsiasi mezzo elettronico disponibile, dal cellulare al Pc. Fra i lati negativi dell’uso dei social non possiamo non citare il narcisismo, spesso abbinato alla poesia pubblicata, ed evidenziato: dall’uso di immagini improprie abbinate al testo; dalla diffusione di una stessa comunicazione sui vari gruppi o sulle varie pagine di cui l’autore fa parte - creando una sovraesposizione spesso ridicola, nonché inopportuna, perché le notifiche arrivano a più riprese alle stesse persone che ne fanno oltremodo parte -; dalla tipologia di testo scritto che - molto spesso creato per l’occasione - denota la poca valenza dello stesso, per brevità, mediocrità, o peggio, per convinzione di ritenere quanto scritto un capolavoro sentenziale di cui non si poteva fare a meno.
Detto questo, non sono certo dell’idea che i social possano sostituire il libro cartaceo - così come, a parer mio, non lo sostituirà mai la modalità in ebook - perché - nonostante anch’io usi come tutti quanti, i social suddetti - appartengo ancora a quella schiera di fedelissimi che credono nel valore dell’oggetto “libro”, che assaporano le sensazioni tattile, visiva, olfattiva di tenere un libro fra le mani e poterlo gestire come un prezioso alleato per la propria formazione, per la propria conoscenza, per il piacere di sentirsi parte di una comunità reale e non solo virtuale, per un legame d’amore indissolubile, nato da quando ebbi tutto per me il primo che mi venne regalato (e che ancora conservo) e che durerà… finché morte non ci separi.

la poetessa Cinzi Demi
La poetessa Cinzia Demi